Arbitro da galera! In Serbia Obradovic fischia un rigore inesistente e finisce in stato di fermo

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Quanto può costare un rigore? Si può essere arrestati per aver fischiato un penalty inesistente? Lo sta provando sulla sua pelle Srdjan Obradovic, arbitro serbo, secondo quanto riporta l’Associated Press. La partita in questione è Spartak Subotica-Radnicki Nis e l’episodio è davvero inedito.

Un’invenzione, una pura visione avuta da Obradovic, niente che possa giustificare l’assegnazione del calcio di rigore alla squadra di casa, lo Spartak Subotica, che neanche un quarto d’ora prima aveva beneficiato di un altro penalty. Alla fine la gara finisce 2-0 e i padroni di casa fanno forse il passo decisivo verso il terzo posto che vale l’Europa League. Una decisione assurda, un abbaglio (avrà pensato a un fallo di mano?) che il direttore di gara serbo sta pagando a caro prezzo. L’accusa è di aver commesso un atto criminale e aver abusato della propria posizione, con l’obiettivo di favorire la squadra di casa.

Secondo il “Mundo Deportivo”, il ministero degli interni serbo ha comunicato che il signor Obradovic è in stato di fermo, che può prolungarsi fino a 48 ore, e dovrà rispondere alle domande degli inquirenti sul suo comportamento in campo. Il caso sta facendo il giro del mondo e calcisticamente potrebbe fare giurisprudenza. In Italia, dove ci si lamenta della VAR e si pensa spesso e volentieri ai complotti, come l’avremmo commentato?

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Arbitro urta con il borsone un tifoso e viene picchiato nel parcheggio

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Un’altra pagina nera del calcio dilettantistico ha segnato il match di Seconda Categoria toscana Aquila Sant’Anna-Calci (0-2 il finale), gara crocevia verso i playoff terminata con il direttore di gara al Pronto Soccorso. Thomas Domenici si apprestava a prendere l’auto per tornare a casa, ma ha subito un pestaggio nel parcheggio.

Secondo quanto ricostruito dai dirigenti dell’Aquila e riportato sul Tirreno, a un certo punto mentre l’arbitro raggiungeva la propria auto accompagnato da un dirigente, avrebbe urtato con il borsone una persona che stava passando lungo la strada. Da questo è scaturito un diverbio, sfociato poi in un vero e proprio inseguimento all’arbitro da parte dell’uomo urtato che, alla fine, l’avrebbe aggredito una volta giunto al parcheggio, insieme ad altre persone la cui responsabilità è al vaglio degli inquirenti: “I presunti aggressori – si difende l’Aquila – non sono nostri tesserati o persone legate in qualche modo alla società. I nostri dirigenti hanno soccorso il ragazzo”.

Diversa, invece, la versione riportata dall’arbitro e il Giudice Sportivo ha, infatti, usato la mano pesante nei confronti della società bianconera, cui sono stati comminati 2200 euro di multa. Non sono bruscolini nel cosiddetto calcio “minore”. Questa la motivazione: “Per contegno minaccioso verso l’arbitro ad opera di un sostenitore isolato durante la gara. A fine gara per contegno minaccioso verso i sostenitori avversari. Inoltre due propri sostenitori al termine della partita afferravano il direttore di gara per la borsa trascinandolo a terra, in questa circostanza l’arbitro veniva colpito ripetutamente alla testa per circa un minuto. Nonostante il soccorrimento del dirigente accompagnatore e di quello avversario, veniva nuovamente colpito alla testa da una terza persona. A causa delle percosse ricevute e della perdita di sangue dalla nuca, l’arbitro era costretto a recarsi presso il presidio ospedaliero Versilia dove gli veniva rilasciata certificazione medica con prognosi di 6 giorni. Il fattivo comportamento del dirigente locale ha limitato la sanzione”.

Oltre alla multa il calciatore Betti è stato squalificato per 5 giornate in quanto “dopo essere stato espulso per aver offeso l’arbitro, si toglieva la fascia di capitano e la lanciava verso il direttore di gara colpendolo al volto”. Tre turni, infine, al compagno di squadra Lencioni per condotta violenta. Una gara tranquilla, insomma. La palla passa ora alla Digos che ascolterà tutti i testimoni per accertare responsabilità e colpevoli.

Nicchi, conferenza stampa giovedì 5 aprile alle 14: rischio sciopero o dimissioni?

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Non è un periodo semplice per l’Associazione Italiana Arbitri e Marcello Nicchi è finito nell’occhio del ciclone. Vi abbiamo raccontato le puntate precedenti e il Comitato Nazionale ha parlato di “provvedimenti straordinari” come tema all’ordine del giorno. Nella conferenza stampa indetta dal presidente dell’AIA giovedì 5 aprile alle ore 14 scopriremo di cosa si tratta.

Lo sciopero della categoria (nel caso per il giorno 14 aprile) è possibile. Un gesto che servirebbe a sensibilizzare il mondo del calcio riguardo alle violenze subite dai direttori di gara, sempre d’attualità soprattutto nelle categorie del settore giovanile, oltre a quei rimborsi che dalla Lega Pro compresa in giù sono fermi agli scorsi mesi di ottobre e novembre. L’argomento più caldo del momento, però, è un altro: il 2% in mano agli arbitri nel Consiglio Federale è nel mirino della FIGC, cosa che escluderebbe i vertici arbitrali dalla politica del calcio. L’AIA, anche per bocca di Nicchi in tutti questi anni, vuole conservare la sua autonomia e non intende assolutamente rinunciarci.

Queste sono le tematiche che verranno rese note giovedì, a meno che Marcello Nicchi sorprenda tutti con le dimissioni, ipotesi meno probabile ma non campata in aria.

Arbitri: il dossier della CAN Pro agita l’AIA, prospettive incerte

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L’Associazione Italiana Arbitri è alle prese con un momento delicato. È notizia degli ultimi giorni la pubblicazione di un dossier anonimo, materiale assolutamente top-secret che una talpa ha fatto trapelare dall’interno rendendo di dominio pubblico le valutazioni degli arbitri della CAN Pro fino allo scorso 18 febbraio. Voti e giudizi dei singoli arbitri e assistenti spiattellati nel dettaglio, una fuga di notizie che mina la credibilità del sistema.

La sentenza Greco aveva già scosso l’AIA in merito ai criteri di valutazione degli arbitri. L’ex arbitro CAI Greco, dopo essere stato mandato a casa, ha fatto causa civile all’AIA per risarcimento danni. In discussione c’erano i criteri di promozione e dismissione degli arbitri, criteri né equi né trasparenti secondo Greco: quanto emerso dagli archivi della CAN Pro non fa che alimentare ulteriori dubbi. Alcuni direttori di gara possono vantare una sfilza di 8,60 (giudizio ottimo che a fine anno può valere il salto di categoria), anche in partite dove i loro assistenti non hanno ben figurato meritandosi voti ben più bassi.

Alla base di queste stime, secondo chi discute l’imparzialità degli Organi Tecnici, ci sarebbe un criterio di favoritismo geopolitico, dimostrato dal fatto che in partite che presentano pesanti svarioni le componenti arbitrali vengono valutate con un metro di giudizio non omogeneo. Il ‘Corriere dello Sport’ parla di regioni e personaggi specifici: il Piemonte per Calcagno che è di Nichelino (stessa Sezione di Pairetto, ndr), la Lombardia per Faverani che è di Lodi, la Campania per il vicepresidente federale Pisacreta della Sezione di Salerno, la Toscana per la provenienza del presidente Nicchi che è di Arezzo, l’Emilia e in particolare Bologna “per l’amicizia che lega l’attuale designatore della Serie A Rizzoli a Faverani, con lui alla finale dei Mondiali 2014 in Brasile”. Accuse pesanti tanto che l’AIA sta valutando la possibilità di tutelarsi da un punto di vista legale.

In ogni caso i dati del dossier, arrivato anche tra le mani del presidente del CONI Malagò, secondo quanto riferisce il quotidiano romano, danno un prospetto sufficientemente chiaro di chi passerà a fine stagione e chi no: con che spirito andrà in campo chi si trova in fondo alla graduatoria sapendo di non avere più un obiettivo per cui arbitrare? Che comportamento avranno i giocatori che sanno di avere di fronte un arbitro relegato alle retrovie della classifica dei fischietti? Un arbitro può essere così screditato prima ancora che cominci la gara. Queste informazioni top-secret dovrebbero essere comunicate ai diretti interessati dopo il 30 giugno: questo prevede il regolamento.

In quei giorni andranno in scena i Mondiali di calcio in Russia, un tasto dolente per l’Italia che non si è qualificata: poteva, però, essere un’occasione enorme per i nostri fischietti dato che la loro strada è sempre per forza di cose legata alle sfortune della Nazionale azzurra e viceversa. Invece, in Russia ci sarà solo la squadra guidata da Rocchi a rappresentarci mentre ad esempio Orsato o validissimi assistenti come Manganelli o Di Fiore (dei fuoriclasse nel ruolo) vedranno i Mondiali dalla tv. L’opportunità di mandare più di una terna è stata colta dagli americani: perché non è stato fatto lo stesso con i nostri ben più esperti fischietti? La generazione dei Tagliavento (45 anni), Damato (45), Rocchi (44), Mazzoleni (43), Banti (43), Orsato (42), Calvarese (42) è ormai prossima al pensionamento per limiti d’età. Il ricambio generazionale è pronto? È tempo di riflessioni nell’AIA e servono direttive chiare anche in tema di VAR: passare dallo scetticismo all’esaltazione e poi ancora ai dubbi (“Non so se ci sarà anche l’anno prossimo”, ha affermato il presidente Nicchi) non aiuta a placare il caos.

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Come eliminare la VAR? Con un bandierone! In Portogallo l’autogol arriva dagli spalti

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Negli ultimi tempi si parla tanto di tecnologia, applicata correttamente o meno al calcio. Quello che è successo, però, in Desportivo Aves-Boavista, match valido per il campionato portoghese (Primeira Liga) ha dell’incredibile.

I padroni di casa sono avanti per 2 a 0 e segnano anche la terza rete: sugli sviluppi di un corner un giocatore colpisce la palla di testa facendo la sponda per un compagno appostato sul secondo palo che insacca. L’arbitro ha la netta sensazione che ci sia un fuorigioco e decide così di ricorrere alla VAR: un caso semplice da risolvere, un controllo immediato sul gol segnato (da protocollo) che non si presta a troppe interpretazioni.

https://twitter.com/TheSportsman/status/961161417129910272

Peccato che in quel momento i tifosi del Boavista stiano sventolando con orgoglio un bandierone banconero che va a impallare la telecamera. Morale? Gli assistenti dell’arbitro non possono emettere il verdetto, senza quell’angolazione il controllo è nullo. In mancanza dell’ausilio della tecnologia, l’arbitro è così costretto a confermare la sua prima decisione: gol, 3-0 e tutti a casa, compresi i tifosi del Boavista che non hanno fatto un grande favore ai propri beniamini…

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VAR punto e a capo: la giornata peggiore, cosa non funziona più e come ripartire

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In uno dei momenti storici peggiori per l’Italia calcistica, a pochi mesi da un Mondiale che ci vedrà semplici spettatori da divano, un piccolo motivo di vanto sembrava essere la VAR. Siamo stati tra i primi a volerla, a testarla off-line e in particolare siamo stati i primi a farla entrare in un campionato europeo importante come la Serie A. Giornata per giornata, partita per partita, senza più passare da amichevoli o Coppe nazionali come avviene altrove: la rivoluzione è stata enorme, la VAR è diventata una parte fondamentale del gioco e di conseguenza è cambiato anche il modo di arbitrare.

Non era semplice abituarsi, soprattutto in un Paese come il nostro che non brilla certamente per cultura sportiva, ma i primi risultati e i primi bilanci erano positivi: una media di tre errori evitati a giornata nei primi sette turni di campionato, una diminuzione dei falli di gioco, meno gialli, meno rossi e simulatori smascherati.

Cosa è cambiato

Da un paio di mesi a questa parte sembra che il messaggio “ormai è la VAR ad arbitrare” abbia provocato un clamoroso autogol. La sensazione è che si stia cercando di far recuperare l’antico protagonismo all’arbitro centrale perdendo di vista l’unico obiettivo comune: prendere le decisioni giuste. Nelle ultime settimane la VAR viene usata di meno, ma soprattutto viene usata peggio e l’ultima giornata di campionato ci fornisce purtroppo tanti esempi di quello che non sta più funzionando.

Prendiamo Crotone-Cagliari. Il contatto in area tra Faragò e Nalini è di lievissima entità e Tagliavento giustamente lascia correre. Il Var Damato richiama l’attenzione dell’arbitro di Terni che a quel punto effettua la on field review. Un contatto, seppur minimo, c’è e i replay non possono che enfatizzarlo. Tagliavento a bordocampo propende per l’assegnazione del rigore. Ma questo è un chiaro errore? No, la VAR in questo caso non doveva intervenire.

Il protocollo

La dizione chiaro errore, concetto condiviso da mesi da molti colleghi tuttora in forza all’Associazione Italiana Arbitri con i quali il confronto è sempre aperto, non funziona. Voi, in veste di arbitro centrale, come vi sentireste se un collega comodamente seduto davanti a un monitor che ha tutte le immagini a disposizione vi dicesse di riguardare un’azione che avete appena giudicato? Pensereste che avete sbagliato perché chi vi parla lo fa in presenza di un chiaro errore diventando quindi il vostro supervisore.

A Napoli si verifica un episodio simile, anzi la simulazione di Callejon è chiarissima. Mazzoleni, al contrario di Tagliavento, fischia subito il rigore mentre il Var Orsato non interviene. Obiezione: se su alcune decisioni – leggasi la posizione geografica di fuorigioco – l’arbitro non ha bisogno di andare a bordocampo, sulle valutazioni soggettive non deve essere richiamato dal Var in caso di chiaro errore? Così recita un protocollo macchinoso e fonte di confusione. E allora perché Orsato non ha “corretto” Tagliavento? Qui si torna al primo punto e alla sensazione che la centralità dell’arbitro centrale – a maggior ragione se si tratta di un Tagliavento e non di un “novellino” – tenda a essere ripristinata. Perché, infine, è stata annullata la rete di Ceccherini? Il fuorigioco di Budimir non era punibile, non ostruiva la visuale del portiere e non precludeva la sua possibilità d’intervento. Dunque a cosa è servita la on field review?

Mani-comio e fuorigioco

Sul mani-comio le difficoltà sono evidenti, anche con l’ausilio dei replay (l’ultimo esempio è il caso Cutrone), e bisognerebbe solo attenersi al regolamento sfruttando le migliori immagini a disposizione. La difficoltà di dover valutare due componenti fondamentali come fuorigioco e fallo di mano contemporaneamente sui gol fa parte del gioco e del compito (non facile) dei Var. Veniamo dunque al fuorigioco che non è tra i quattro parametri inseriti nella revisione della VAR, ma che può essere analizzato in caso di gol e motivo per il quale gli assistenti tardano ad alzare la bandierina. In Torino-Benevento la rete di Obi viene annullata per off-side. Dopo pochi minuti e la revisione del Var Abisso, Mariani, in questo caso obbligato ad ascoltare il collega, assegna la rete. Obi è leggermente in fuorigioco e in questi casi limite va confermata la decisione del campo. Peccato che la prima decisione fosse proprio il fuorigioco, una chiamata complicatissima ma giusta.

Da dove ripartire

In sostanza, la VAR da valido alleato quale era e può ancora essere, rischia addirittura di rovinare quanto di buono viene deciso in campo. Serve chiarezza da parte di chi dà le direttive agli arbitri e da parte degli addetti ai lavori che devono spiegare gli errori sulla base del regolamento e non dei campanilismi. La cosa peggiore adesso sarebbe buttare via tutto, tornare indietro e sfruttare questa ondata di dissenso per eliminare la tecnologia. La VAR non è un aiuto agli arbitri, è un aiuto al calcio. Un calcio con meno scorrettezze, meno falli violenti, meno furbate, più spettacolare e con meno errori. Dietro le macchine ci sono, però, sempre degli uomini che non sono infallibili. Non roviniamoci con le nostre mani.

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Giovanissimi, mamma prende a schiaffi l’arbitro donna: “Mio figlio non doveva perdere, è colpa tua”

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Le partite di Giovanissimi regalano spesso delle storie non tanto sul campo quanto fuori, dove i protagonisti diventano puntualmente i genitori. Nel peggiore dei casi, come in questo esempio, diventa necessario l’intervento dei carabinieri e la vittima finisce all’ospedale.

Siamo in Campania, nel campionato Giovanissimi Regionali (età 13-14 anni), precisamente allo stadio di Melito di via delle Palme. Al termine della partita Boys Melito-Sporting Atellana va in scena un pestaggio. La madre di un giovane calciatore entra in contatto con l’arbitro, una donna ventenne e la rimprovera per non aver arbitrato bene: dalle parole si passa agli schiaffi, in pochi secondi. L’arbitro cade a terra e arrivano altri spettatori (molti genitori) presenti al campo per sedare la furia, ma alcuni si uniscono alla mamma colpevole, come riferisce un tifoso nel suo racconto su Facebook:

“Una scena di pura violenza quella che si è consumata domenica mattina allo stadio di via Delle Palme di Melito, dove si è disputata la partita di campionato regionale tra giovanissimi “Boys Melito–Sporting Atellana”. Una ragazza arbitro, di appena 20 anni, è stata avvicinata e presa a “mazzate” da una mamma melitese che non ha preso di buon grado la sconfitta del figlio. Il pestaggio in piena regola è avvenuto verso mezzogiorno. Dopo il triplice fischio dell’arbitro, la 20enne si è recata negli spogliatoi. Si è docciata, si è rivestita e si è allontanata verso il parcheggio. Mentre raggiungeva la sua auto, è stata avvicinata dalla mamma di uno dei giocatori: “Mio figlio non doveva perdere, è colpa tua”, avrebbe detto la donna. E da lì sarebbero partiti insulti, schiaffi e spintoni. La vittima del pestaggio è caduta a terra. A quel punto sono sopraggiunte altre mamme, che hanno dato manforte all’aggreditrice. La 20enne è stata anche tirata per i capelli e non si è accorta, impegnata a pararsi dai colpi, di quante persone la stessero pestando. Dopo la violenza, le mamme si sono dileguate. Sono arrivati i Carabinieri della locale Tenenza che hanno raccolto la testimonianza dell’arbitro e interrogato i presenti. La ragazza intanto è stata trasportata all’ospedale di Giugliano, dove le sono state diagnosticate ecchimosi e graffi diffusi su tutto il corpo. La prognosi è di diversi giorni”.

Tenta di strangolare l’arbitro durante la gara: Olbia, allenatore squalificato per 4 anni

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È successo nel campionato di Serie D regionale di calcio a 5. Siamo ad Olbia, nel girone A, la gara in questione è Bruno Selleri-Padru e l’Unione Sarda riporta un episodio poco edificante.

Secondo quanto si legge nel comunicato ufficiale, a seguito dell’espulsione di un giocatore del Bruno Selleri, l’allenatore Pilia avrebbe ingiuriato l’arbitro afferrandolo al collo e strattonandolo ripetutamente “tanto da cagionargli problemi respiratori e momentaneo annebbiamento della vista”.

Sarebbero quindi volate anche delle frasi minacciose all’indirizzo del direttore di gara, finito successivamente al Pronto Soccorso, dove è stato visitato e dimesso con una prognosi di 20 giorni di cura in conseguenza di “contusione cervicale in tentativo di strangolamento”.

Il verdetto? Il Giudice Sportivo ha inflitto alla società Bruno Selleri la perdita della gara con il punteggio di 0-6 a tavolino, in quanto ritenuta “oggettivamente responsabile dell’accaduto”, mentre l’allenatore è stato squalificato fino al 31 dicembre 2021. Quattro anni gli basteranno per riflettere? Evidentemente per la radiazione a vita dal mondo del calcio avrebbe dovuto completare l’opera…

Benvenuti in Italia, dove le combine sono cosa buona e giusta anche a 13 anni

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La storia di oggi ci porta a Milano e precisamente alla categoria Giovanissimi fascia B. Lo scorso weekend si è conclusa la fase autunnale e i relativi campionati provinciali: per i ragazzi del 2004 di Alcione e Carducci c’era in palio l’accesso ai regionali nella fase primaverile. Entrambe le squadre hanno avuto, infatti, il merito di presentarsi all’ultima giornata a pari punti: 27 per l’esattezza, frutto di 9 vittorie ciascuna. Peccato, però, che il Carducci sia una società costola del club di via Olivieri e lo scontro “sorellicida” si sia trasformato in una farsa.

O meglio, non tutto è andato come previsto perché, pur non avendo nessuno la benché minima intenzione di tirare in porta, al minuto 66 (nei Giovanissimi si giocano due tempi da 35’) Tinelli, solo davanti al portiere, non è proprio riuscito a sbagliare. Non ce l’ha fatta. Gol del più attrezzato Alcione e 0-1 con appena 4’ da giocare. In campo e sugli spalti, però, non ci sono stati cenni di esultanza anche se il risultato stava certificando un traguardo da festeggiare per gli oranges. Anzi, è calato il gelo. Mani nei capelli dei giocatori che sono passati in vantaggio, alcuni hanno gridato apertamente “facciamoli segnare”. Palla al centro e c’è subito un tentativo di autogol non riuscito (anche in queste cose per il professionismo c’è tempo…). Poco male, è questione di attimi: dal corner che ne deriva il Carducci pareggia, 1-1 e tutti contenti. Fiuuu.

Tra i 2004 della Delegazione di Milano sono 11 le squadre promosse ai regionali sulle 91 iscritte: le 8 vincenti dei loro gironi e le 3 migliori seconde. Tutti sapevano chiaramente che il pareggio avrebbe qualificato entrambe con 28 punti: Alcione primo in virtù della differenza reti, Carducci migliore seconda insieme al Sedriano e spareggio tra Lombardia Uno e Bresso (entrambe a 27 punti nei rispettivi gironi) a eleggere la terza migliore seconda. Un verdetto talmente pacifico che un dirigente dell’Alcione a fine gara si è addirittura scusato con l’arbitro: “Doveva finire 0-0, non dovevamo segnare. Ci scusi”. Giancarlo Corbetta, ds del club, racconta anche questo retroscena: “Al momento dell’iscrizione delle due squadre, avevamo segnalato in Federazione che erano parte dello stesso club chiedendo in forma scritta che fossero inserite in due gironi diversi. Anche quando abbiamo visto i calendari, abbiamo nuovamente segnalato l’incongruenza, ma le nostre richieste non sono state prese in considerazione. La cosa più ridicola è che la partita sia stata calendarizzata all’ultima giornata”. Della serie non diteci che non vi avevamo avvisato.

A prendersi la colpa è il Delegato di Milano Luigi Dubini: “E’ stato un errore mio, una leggerezza, componendo i gironi mi è sfuggito di separare Alcione e Carducci”. Ci sarebbe poi la questione della filiera… Alcuni rappresentanti federali credevano che il problema non si ponesse nemmeno perché il Carducci non poteva soddisfare l’obbligo della filiera, vale a dire la necessità di avere tutte le squadre del Settore giovanile e della Scuola calcio (almeno una squadra di Allievi, una di Giovanissimi e una di Esordienti o Pulcini) come conditio sine qua non per accedere ai regionali. La filiera è stata pensata per salvaguardare le società che investono sui giovani, ma questo requisito indispensabile per poter partecipare ai regionali non riguarda i 2004… Possibile che chi si occupa dei regolamenti ed è tenuto a farli rispettare non li conosca? Possibile, evidentemente.

Da questo quadro emerge l’assoluta mancanza di accortezza da parte dei piani alti, ma pensate a quanto sarebbe stato bello vedere una partita vera tra Alcione e Carducci, con gli sconfitti che magari si sarebbero tolti l’enorme soddisfazione di vincere lo spareggio sudandosi così fino all’ultimo secondo i regionali. O immaginate, in caso di sconfitta, la loro consapevolezza di essere usciti a testa alta dando un esempio di sportività anche a giocatori di età e categorie superiori. Non è giusto biasimarli per non aver fatto un torto ai ragazzi che si allenano con loro, che condividono il loro stesso spogliatoio, ai loro amici. La colpa è del sistema in cui sono inseriti, dato che viene insegnato loro che vincere è l’unica cosa che conta fin dai Pulcini. Perché a 13 anni un risultato sportivo, il tutto e subito, dovrebbe essere secondario rispetto alla crescita dei nostri calciatori di domani. D’altronde, se si considera normale o inevitabile una combine tra 13enni è perché questi giovani hanno avuto determinati modelli. Merito dei personaggi illuminati che guidano il nostro calcio, merito della mentalità e della cultura sportiva del nostro Paese: “Meglio due feriti che un morto”. Poi, magari, capita anche di non qualificarsi per i Mondiali, ma questa è un’altra storia.

Dall’epoca pre all’epoca post VAR: come sta cambiando (in meglio) il calcio

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Il gioco del calcio si è evoluto negli anni. Abbiamo assistito a modifiche regolamentari e all’introduzione di figure o strumenti tecnologici più o meno riusciti: si pensi al fiasco degli addizionali o al successo della Goal Line Technology. Nessuna novità, però, aveva mai segnato il modo di intendere, giudicare e vivere il calcio come la VAR. Stiamo attraversando una fase di passaggio, una rivoluzione dall’epoca pre a quella post VAR e dobbiamo abituarci.

È cambiato il modo di raccontare le partite da parte dei cronisti che cercano di capire e semplificare a beneficio di chi ascolta. È cambiato il modo di esultare da parte dei protagonisti in campo, sintetizzato alla perfezione da Daniele De Rossi: “Adesso quando segni non sai cosa fare, rischi di fare la figura del cretino”.

È cambiato il modo di esultare a casa e sugli spalti perché i tifosi, prima di lasciarsi andare dopo un presunto fallo da rigore o soprattutto dopo un gol potenzialmente viziato da un’irregolarità, aspettano qualche interminabile secondo. Ed è questa la parte più difficile.

Prima era sufficiente dare un’occhiata all’arbitro, per i più raffinati all’assistente (“Sta andando verso il centrocampo? È andata”), ora no ma l’attesa è più facile da digerire se i risultati sono fedeli a quello che racconta il campo. I dati diffusi da Rosetti, responsabile VAR in Italia, spiegano l’impatto che ha avuto la tecnologia sul gioco nelle prime sette giornate di campionato: nell’arco di 69 gare sono state 309 le azioni finite sotto la lente d’ingrandimento. In 288 casi la scelta della terna arbitrale è stata confermata, 21 volte cambiata. Una media di tre errori evitati a giornata. Già questo è un risultato tangibile. Di queste 309 il 59% ha riguardato i gol perché ogni azione da gol viene giustamente rivista (cosa c’è di più importante in questo gioco?), il 27% i rigori e il 14% il resto quindi, in sostanza, i rossi diretti. Ci sono, però, altri dati oggettivi che ci spiegano la direzione verso la quale sta andando lo sport più amato dagli italiani. I falli di gioco sono scesi da 260 a 203 mentre i gialli sono passati da 313 a 245 e i rossi da 24 a 15.

La spiegazione è semplice: ci voleva la famosa ‘certezza della pena’ per limitare il numero di irregolarità dei calciatori, ora consapevoli che rischiano grosso e che difficilmente potranno farla franca. Si gioca di più (il tempo effettivo è addirittura aumentato da 50’ e 19’’ a 51’ e 10’’) a fronte di recuperi leggermente più lunghi (19 secondi di media) e revisioni via via più rapide (da 1′ 22” nelle prime tre giornate si è scesi a 40″) a cui vanno aggiunti 54’’ di media serviti agli arbitri per rivedere i replay e prendere la decisione finale (on field review). Un piccolo prezzo da pagare in fondo per arrivare a verdetti corretti. Ci sono stati degli errori (pochi a dire il vero), come il rigore assegnato al Genoa contro la Juventus quando non fu ravvisato il fuorigioco di Galabinov, o delle problematiche tecniche, come sul fuorigioco di Kean per le linee tracciate dal software, strumento migliorabile e non ancora accurato quanto la GLT. Sull’annullamento del gol di Mandzukic – un caso nuovo che a caldo ha spiazzato qualcuno – il protocollo è stato, invece, rispettato alla perfezione.

Ci sono più rigori: 20 lo scorso anno, 34 quest’anno. Una differenza sostanziale che porterà a un’evoluzione nel modo di stare in campo, come ha intuito Giampaolo: “Con la moviola si può giudicare diversamente in area quindi aumenteranno i rigori assegnati: tutto ciò porterà le squadre, grandi e piccole, a interpretare la gara in maniera diversa, a difendere più lontano dall’area, a giocare di più. Migliorerà lo spettacolo e quindi il gioco”. Cambia dunque anche il modo di difendere, ci sono meno falli e si fa più attenzione in area di rigore nel marcare “senza cadere in tentazione”, evitando i tipici falletti di mestiere. Oltre ai difensori devono stare in guardia anche gli attaccanti perché la VAR smaschera i simulatori: se in area ti lasci cadere vai incontro a un giallo certo (fin qui due sole ammonizioni per simulazione in area). Insomma, l’abilità nell’ingannare l’arbitro non verrà più premiata e i calciatori lo stanno già capendo. È cambiato anche il modo di arbitrare e anche se bisognerebbe continuare a farlo come se la tecnologia non ci fosse, ogni arbitro inconsciamente sa che la VAR c’è e cosa comporta. Abbiamo visto, per esempio, quanto non sia scontato per un assistente dover attendere lo sviluppo dell’azione e lasciare la bandierina abbassata pur essendo convinto di aver rilevato un fuorigioco.

L’impatto della tecnologia sul gioco può, anzi deve migliorare. La priorità era la comunicazione tra Var e arbitro centrale: ora ci sono due linee in modo da evitare blackout. I prossimi obiettivi sono la visione delle immagini e magari in futuro ci saranno i replay pure negli stadi. Si va verso la trasparenza ma già adesso, dopo una revisione, tutti si sentono più rinfrancati sia in campo che fuori. I prossimi investimenti verranno destinati al guardalinee elettronico: togliere tutti gli errori chiari ed evidenti sarà una conquista. Certo, resteranno discrezionalità, interpretazione e polemiche in altri casi, ma non assisteremo più a scandali come una qualificazione ai Mondiali macchiata da un doppio fallo di mano (Henry in Francia-Irlanda 2009). La disinformazione, anche da parte di alcuni addetti ai lavori, non è tollerabile e chi pensa che la VAR sia nata solo per aiutare gli arbitri è ben lontano dallo spirito di questa innovazione. L’entità di questa svolta epocale, ancora in fase sperimentale, è un aiuto al calcio. Un calcio con meno scorrettezze, meno falli violenti, meno furbate e più spettacolare. Siamo entrati in una nuova era ed è impensabile tornare indietro.

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