Spagna: arbitro di 18 anni aggredito dalla nonna di un calciatore

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Gli arbitri ne vedono sempre delle belle e di solito sono i genitori dei calciatori la componente più delicata da gestire, ma Alvaro de la Iglesia, giovane direttore di gara spagnolo, non poteva immaginarsi di subire l’aggressione di una nonna. Dopo la partita valida per la 1ª División Provincial de Cadetes (Categoria Amatori di Leon) tra il Puente Castro e la Peña, il 18enne ha raccontato a ‘Marca’ l’accaduto:

Dopo il fischio finale una signora di sessant’anni mi ha tagliato la strada, poi mi ha preso per un braccio, graffiato e ha cercato di tirarmi quattro, cinque schiaffi colpendomi due volte sul braccio e sul petto

A far perdere la pazienza alla signora, che si è scoperta essere la nonna del portiere della squadra di casa, è stata l’espulsione di un giocatore dei locali e l’allontanamento di un delegato in panchina. Durante la partita non si erano verificate particolari proteste o incidenti, ma la nonna aveva già ricoperto il 18enne di insulti per poi passare direttamente alle mani. L’arbitro ha subito chiamato la polizia, ma nel frattempo la donna si era dileguata.

Io ho denunciato tutto, ora è compito degli inquirenti dare un nome a quel volto. Non è la prima volta che mi capitano cose del genere, in questi miei primi 3 anni di carriera anche un tifoso mi aveva preso a calci nel sedere. A breve inizierà il processo

Chissà cosa ne pensa la nonna di Florenzi…

Pugno duro contro le bestemmie: 3 allenatori squalificati in 3 giornate

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Tre casi in nove giorni

Il vento sta cambiando e le ultime tre giornate di campionato tra Serie A e Serie B evidenziano un dato: tre tecnici sono stati squalificati per “avere proferito un’espressione blasfema”. Nello specifico si tratta di:

  • Rolando Maran, allenatore del Chievo, che nel match contro la Lazio “veniva chiaramente inquadrato dalle riprese televisive mentre proferiva espressione blasfema, articolata in due locuzioni, individuabili dal labiale senza margini di ragionevole dubbio”.
  • Moreno Longo, mister della Pro Vercelli, per aver “al termine della gara (Spezia-Pro Vercelli, ndr), nel tunnel che adduce agli spogliatoi, contestato una decisione arbitrale proferendo espressioni blasfeme”.
  • Serse Cosmi, tecnico del Trapani, “per avere, al 44° del secondo tempo (di Trapani-Spezia, ndr), proferito un’espressione blasfema; infrazione rilevata dal Quarto Ufficiale”.

Cosa dice il regolamento

Se tre indizi fanno una prova, è facile constatare che la soglia di tolleranza nei confronti di chi bestemmia si sia notevolmente abbassata da parte della Giustizia Sportiva. La Guida Pratica dell’AIA, in riferimento alla Regola 12, specifica al punto 52 che debba essere punita con l’espulsione o l’allontanamento ogni condotta che comporti offesa, denigrazione o insulto per qualsiasi motivo (colore, religione, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, …) o configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori. L’uso di un linguaggio o di gestualità osceni, volgari irrispettosi, come pure di espressioni blasfeme deve essere considerato rientrare in detta previsione normativa. Al verificarsi di tali infrazioni, constatate direttamente o su segnalazione di un altro ufficiale di gara, l’arbitro deve espellere (se calciatore) o allontanare dal recinto di gioco il responsabile.

E’ cambiato il Giudice Sportivo: i calciatori si devono preoccupare?

La regola è chiara e conosciuta a ogni livello, dal calcio dilettantistico a quello professionistico, ma il segnale potrebbe essere riconducibile al cambio dei vertici voluto da Carlo Tavecchio, presidente della FIGC, per riformare il sistema giudiziario sportivo. Dopo 10 lunghi anni, infatti, Giampaolo Tosel, finito nell’occhio del ciclone al termine della scorsa stagione per la sentenza Higuain (4 giornate di squalifica poi ridotte a 3) anticipata ai microfoni di Radio Marte, ha visto terminare il suo mandato. Al suo posto è stato nominato Giudice Sportivo della Lega di Serie A Gerardo Mastrandrea, figura giuridica di rilievo che ha ricoperto anche in ambito politico ruoli importanti. Tra gli altri è stato il presidente della Corte Sportiva di Appello Nazionale, il presidente della Corte Federale d’Appello e il presidente della Corte di Giustizia Federale presso la FIGC. Al momento della sua nomina, avvenuta proprio alla vigilia della terza giornata di campionato (Chievo-Lazio), Mastrandrea ha affermato: “Cercheremo di fare bene il nostro lavoro per contribuire a un sistema più moderno ed efficiente che ha bisogno di regole e rigore”. Finora ha mantenuto le promesse così come il collega Emilio Battaglia della Lega di Serie B. Resta da appurare se questo rigore verrà applicato anche nei confronti dei calciatori, una misura quasi impossibile da attuare perché comporterebbe un numero record di espulsioni e la conclusione di molte partite ben prima del 90′. Ma sulla linea sottile tra norme e buonsenso, il regolamento è uno e vale per tutte le componenti.

Violenze contro gli arbitri in costante aumento: il bilancio di una stagione disastrosa

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Terminati gli Europei francesi, è il momento di proiettarsi alla prossima stagione sportiva, ma per farlo bisogna necessariamente fare i conti con quella che si è da poco conclusa. 681, seicentottantuno (scritto anche in lettere magari rende meglio l’idea) sono stati gli episodi di violenza ai danni degli ufficiali di gara. Un dato spaventoso se pensiamo che nel 2014-15 c’era stato un incremento di quasi il doppio dei casi rispetto all’annata precedente che lasciava quantomeno sperare in una diminuzione nel 2015-16. Niente di più illusorio, anzi… I numeri non solo sono confermati, ma addirittura peggiorati. Le violenze contro gli arbitri costituiscono un fenomeno in costante aumento, una guerra che la FIGC deve decidersi a combattere rendendo operative quelle sanzioni prima stabilite con fermezza e poi riposte nel cassetto per troppo tempo.

L’analisi storica

Prendiamo in esame i dati ufficiali derivanti dall’analisi elaborata dall’Osservatorio Violenza dell’Associazione Italiana Arbitri, coordinato da Filippo Antonio Capellupo. Da ottobre a febbraio le aggressioni hanno raggiunto picchi inaccettabili: pugni, calcioni alle spalle, sputi, schiaffi, ginocchiate nei confronti degli ufficiali di gara hanno riempito le pagine di cronaca e spesso i colpevoli si vantavano delle loro malefatte sui social network ricevendo ampi consensi. Il calcio si sviluppa in un contesto d’ignoranza in cui i primi a minimizzare questi comportamenti sono i tesserati, dirigenti e allenatori (talvolta anch’essi protagonisti di aggressioni) o peggio ancora i genitori, coloro che dovrebbero insegnare l’educazione e il rispetto ai loro figli e invece li caricano di pressioni e di aspettative nella speranza di aver concepito il Buffon della Brianza o il Cristiano Ronaldo del casertano.

MESE 2013-14 2014-15 2015-16
Luglio 1 2 1
Agosto 1 0 2
Settembre 16 16 19
Ottobre 23 50 62
Novembre 37 87 101
Dicembre 39 57 82
Gennaio 44 56 102
Febbraio 60 75 111
Marzo 77 87 71
Aprile 35 94 85
Maggio 40 70 44
Giugno 2 6 1
Totale 375 600 681

 

Tipologie, responsabili e analisi per categorie

I casi vengono registrati in base a quattro tipologie: violenza grave, quando l’arbitro si reca al pronto soccorso per le cure mediche e ha la facoltà di denunciare chi lo ha aggredito; violenza fisica, che è ugualmente grave, ma il direttore di gara non si reca in ospedale; violenza tentata, che si riferisce a episodi di spintoni, manate, trattenute; violenza morale, categoria in cui rientrano le ingiurie razziali e sessuali, e gli sputi. Dei 681 episodi (circa 13 alla settimana) 465 hanno visto protagonisti i calciatori, seguiti dai dirigenti – a conti fatti il 95% degli aggressori è composto dai tesserati – e da estranei. In qualche circostanza a dare il cattivo esempio ci hanno pensato addirittura gli assistenti di parte, presenti nelle categorie minori in cui questo ruolo è affidato a persone riconducibili alle società. Le categorie più violente sono Seconda Categoria (179), Prima Categoria (106) e Terza Categoria (99), ma a lanciare l’allarme sono le cifre dei campionati giovanili che, dagli Esordienti agli Juniores, passando per Giovanissimi e Allievi, toccano complessivamente quota 165 a confermare per l’ennesima volta la sottocultura di questo sport.

RESPONSABILI Morale Tentata Fisica Fisica grave
Calciatori 41 (6%) 55 (8%) 242 (34%) 127 (18%)
Dirigenti 30 (4%) 33 (5%) 90 (13%) 48 (7%)
Estranei 2 (0%) 3 (0%) 21 (3%) 17 (2%)

Si consideri che ogni episodio può vedere coinvolti più soggetti

Il dato geografico

Di fine settimana dedicati alla violenza contro gli arbitri, con l’inizio delle gare ritardato in segno di protesta, ne abbiamo contati parecchi salvo poi dover registrare altri direttori di gara al pronto soccorso, come nel lecchese, o altri pugni costati per esempio tre anni di squalifica a un giocatore del Marciana Marina proprio in quei weekend contraddistinti da slogan di pura apparenza. La “maglia nera” appartiene alla Sicilia con le sue 152 follie per un totale di 181 anni di squalifiche e inibizioni a calciatori, allenatori e dirigenti dalla Seconda Categoria all’Eccellenza per minacce e aggressioni agli arbitri. Il rischio, però, è che le pene vengano ridotte con appelli che fanno sconti neanche fossero i saldi a gennaio in un clima generale di amnistia che a fine stagione pareggia i conti “all’italiana”. Il 17 dicembre 2014, infatti, il Consiglio federale aveva varato norme molto severe obbligando le società a rispondere dell’operato dei loro tesserati: la condotta violenta di calciatori o dirigenti avrebbe comportato il pagamento delle spese arbitrali da parte dei club d’appartenenza, con una somma da versare al Fondo di Solidarietà dell’AIA. Una somma determinata dal costo medio di una gara (dai 700 euro della Serie D ai 35 dei Giovanissimi Provinciali) moltiplicato per il numero di partite casalinghe: una società di Prima Categoria sarebbe costretta a sborsare 1050 euro, una di Eccellenza 3150 euro, una di Serie D 10500 euro e così via. E in caso di mancato pagamento scatterebbe la non ammissione al campionato successivo.

REGIONE Lug Ago Set Ott Nov Dic Gen Feb Mar Apr Mag Giu Totale
Abruzzo 0 0 2 2 3 6 5 2 3 3 2 0 28
Basilicata 0 0 0 0 1 1 1 0 1 1 0 0 5
Calabria 0 0 0 5 11 9 17 14 10 11 2 0 79
Campania 0 0 0 2 8 8 8 16 7 9 5 0 63
CPA Bolzano 0 0 0 0 1 0 0 0 0 0 1 0 2
CPA Trento 0 1 1 0 1 0 0 0 0 0 1 0 4
E. Romagna 0 0 3 5 5 2 8 6 4 7 5 0 45
Friuli V.G. 1 0 1 1 1 0 0 1 0 0 4 0 9
Lazio 0 0 1 9 14 10 11 15 6 1 4 0 71
Liguria 0 0 0 1 4 1 1 1 0 3 2 0 13
Lombardia 0 0 3 10 4 3 0 5 5 5 4 0 39
Marche 0 0 0 0 1 3 4 2 0 1 0 0 11
Molise 0 0 0 2 4 0 1 4 2 2 2 1 17
Piemonte/V.A. 0 0 1 3 5 7 1 7 3 2 3 0 33
Puglia 0 0 0 1 3 0 4 3 2 1 0 0 14
Sardegna 0 0 0 1 2 1 4 3 5 12 1 0 29
Sicilia 0 0 4 10 21 27 32 19 17 19 3 0 152
Toscana 0 0 1 4 4 2 0 5 3 3 0 0 22
Umbria 0 0 0 1 4 2 0 3 1 1 0 0 12
Veneto 0 1 2 5 4 0 5 5 2 4 5 0 33
Totale 1 2 19 62 101 82 102 111 71 85 44 1 681

 

Gli interrogativi

Le minacce del presidente dell’AIA, Marcello Nicchi, di bloccare i campionati fermando l’attività arbitrale hanno ottenuto solo quest’anno qualche risultato grazie alla modifica approvata dal Consiglio federale del 27 gennaio 2016 all’art. 16 del Codice di giustizia sportiva, con l’introduzione del comma 4 bis, e al Comunicato Ufficiale n. 305/A della FIGC pubblicato lo scorso 11 marzo con l’attuazione della riforma che ha consentito ai Giudici Sportivi di inserire nei comunicati una dicitura speciale per i casi più gravi di squalifica. La Federazione ha istituito un Ufficio preposto alla verifica di applicazione del Comunicato Ufficiale n. 104/A (quello del 17 dicembre 2014, per intenderci) per la riscossione delle sanzioni pecuniarie, ma è presto per cantare vittoria. Se da marzo in poi, infatti, abbiamo notato (leggasi l’analisi storica) un decremento è da escludere che l’attuazione della riforma abbia inciso su di esso in così breve tempo. Sarà, invece, fondamentale la stagione sportiva 2016-17 per capire se il deterrente funziona, anche se spetta alla FIGC tutelare gli arbitri. Come? Attuando le riforme non solo sulla carta ma nei fatti perché se le società, già vessate dalle spese fisse, dovessero effettivamente scucire tali somme per gravi intemperanze dei propri tesserati, i violenti verrebbero emarginati. Restano, però, degli interrogativi:

  1. Queste pene pecuniarie verranno pagate sul serio?
  2. Se sì, chi le pagherà?

Di fronte alla resistenza di chi si astenne quando furono varate le nuove norme come la Lega Nazionale Dilettanti – dove di soldi non ne girano poi molti come ben sa Carlo Tavecchio, ex presidente della LND – non è da escludere che la Federazione stessa possa pagare per conto delle società pur di non pregiudicare il regolare svolgimento dei campionati a causa della mancata iscrizione delle squadre. Insomma, nel teatro dell’assurdo a recitare il ruolo di vittima sarebbe ancora una volta l’arbitro di provincia, solitamente un ragazzo poco più grande dei calciatori che arbitra e che manda avanti il giocattolo, ben lontano dalle tutele e dai riflettori di quella Serie A che vedrà soltanto in tv o allo stadio, da spettatore qualunque.

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Elenito Di Liberatore, dal tumore alla semifinale degli Europei

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Marsiglia, 7 luglio 2016. Elenito Di Liberatore affiancherà Nicola Rizzoli in Germania-Francia, per molti la finale anticipata di Euro 2016. Nella semifinale del Vélodrome l’altro assistente dell’arbitro che ha diretto la finale dei Mondiali 2014 sarà il milanese Mauro Tonolini mentre Daniele Orsato e Antonio Damato saranno gli arbitri addizionali. Il team arbitrale italiano ha già diretto tre partite della fase finale degli Europei (Inghilterra–Russia, Portogallo-Austria, Francia–Irlanda), ma per l’assistente della Sezione di Teramo sarà una serata come tante: cosa volete che sia per chi ha superato da un pezzo le 50 gare internazionali e vanta più di 150 match nazionali nella massima serie? D’altronde, la sfida più difficile Elenito Di Liberatore, 43enne originario di Notaresco ma residente da anni a Francavilla, l’ha affrontata il 20 settembre 2014, dopo Cesena-Empoli.

L’assistente abruzzese sente un fastidio mentre accavalla le gambe: “Lo imputavo alla mia passione per la bicicletta – racconta alla rivista ‘L’Arbitro’ -. Quel fastidio diventa un nodulo che compare e scompare. Decido di farmi controllare da un mio amico chirurgo all’ospedale di Chieti. Quando ho fatto l’ecografia il mio amico, insolitamente silenzioso, è sbiancato in viso. Ho capito che c’era qualcosa che non andava, ma la conferma del male è arrivata quando mi ha visitato il primario di urologia di Pescara. Il medico non ha usato giri di parole e me lo ha detto subito: Lei ha un tumore!”.

La vita di Elenito si ferma: “L’istantanea del momento più brutto di tutta questa vicenda è stata quando sono arrivato a casa e mio figlio di cinque anni mi è corso incontro come fa sempre quando rientro. Ho fatto in modo di sorridere e in quel preciso istante ho deciso che la mia priorità sarebbe stata quella di dare il più a lungo possibile un padre a mio figlio. Mia moglie Federica aveva gli occhi lucidi perché in macchina aveva pianto. Matteo è riuscito a sdrammatizzare tutto con una battuta: Papà – mi ha detto – visto che la mamma ha la congiuntivite, restate lontani altrimenti mi contagiate. Gli sono andato vicino e gli ho sussurrato all’orecchio: oggi ho deciso, usciamo e puoi scegliere il regalo che vuoi. Lui si è girato verso mia moglie quasi a volersi scusare: guarda che è stata un’idea di papà. Poi, al negozio, con questo regalo gigantesco, mentre eravamo in fila alla cassa per pagare, mi ha detto: oggi è il giorno più bello della mia vita”.

Tramite gli amici dell’AIA, Di Liberatore entra in contatto con il Dott. Nicola Nicolai dell’Istituto dei Tumori di Milano e presto arriva il momento di preparare il borsone, cosa che puntualmente avviene prima di partire per una gara. Solo che questa volta, all’interno del trolley, c’è tutto quello che occorre per una degenza in ospedale: “Mio figlio mi ha chiesto: dove vai? Vai a fare una partita? Mi raccomando falla bene”. Le parole di Nicolai sono rassicuranti: “Lei guarirà e questa è una certezza, abbiamo ottime probabilità”.

Prima dell’intervento chirurgico passa un mese e l’Istituto dei Tumori di Milano si trasforma in Coverciano con un viavai incessante di arbitri e assistenti. La fede, l’amore della famiglia, la vicinanza dell’AIA e la forza in se stessosostengono Elenito che viene operato in anestesia spinale. L’intervento ha esito positivo, ma il tumore è un percorso che non ha mai un finale certo: “Ogni esame è come una roulette russa. Il momento esatto nel quale ho capito che ce l’avevo fatta è stato quando il Dott. Colecchia, l’anatomopatologo dell’Istituto, mi ha dato il responso dell’esame istologico: ‘Sig. Di Liberatore, il tumore era in situ e non c’è stata invasione linfovascolare’. È stata la notizia più bella del mondo. Il tumore era debellato con la sola asportazione chirurgica”.

Durante la convalescenza l’idea di abbandonare l’arbitraggio non lo sfiora nemmeno: “Altrimenti avrei dovuto pensare di smettere di vivere. Ho anche capito che nei tumori, gran parte della guarigione, deriva dalla testa. Ho continuato ad allenarmi, tanto che un giorno, in palestra, un mio amico mi ha detto: ‘Non ti ho mai visto così in forma’. Mi sarebbe piaciuto potergli rispondere: a parte un tumore è tutto ok”. Di Liberatore si è ripresentato in campo come quarto uomo a Cesena per riprendere da dove aveva lasciato e il 29 novembre 2014 ha ripreso in mano la bandierina per Chievo-Lazio, proprio al Bentegodi di Verona, dove il primo ottobre 2006 aveva esordito in Serie A.

Da lì è ricominciata la seconda vita di Elenito, stimato docente del conservatorio di Taranto: “Credo che la musica e il pianoforte siano un valore aggiunto per fare l’assistente. La concentrazione e l’applicazione devono essere al massimo su entrambi i fronti”. Dall’esordio datato 1990 in Atletico Teramo-Teramo Stazione (campionato Giovanissimi), passando per la carriera arbitrale (fino alla Serie D), a quella da assistente (dalla stagione 2000-01), la scalata è stata ricca di soddisfazioni: nel 2008 prima ancora di diventare Internazionale, in una gara Under 19 tenutasi in Slovenia, insieme ai colleghi Rizzoli, Saccani, De Marco e Maggiani, ha partecipato alla sperimentazione degli arbitri addizionali. L’anno dopo nel 2009 Di Liberatore ha ottenuto la nomina ad Assistente Internazionale e da lì è iniziata un’avventura che lo ha portato a partecipare a due manifestazioni Intercontinentali, ovvero nel 2012 con i colleghi Rocchi e Cariolato alle Olimpiadi di Londra, e nel 2013 sempre con i colleghi Rocchi e Cariolato al Mondiale Under 17 tenutosi negli Emirati Arabi ad Abu Dhabi. Dopo la malattia, è tornato a sventolare la bandierina in Barcellona-Manchester City e poi ancora nella semifinale del 2015 Barcellona-Bayern Monaco, sempre al Camp Nou, teatro del suo esordio in Champions League qualche anno prima. Ora lo attende Germania-Francia, semifinale degli Europei. Di Liberatore ha messo il tumore in fuorigioco e nessuno stadio lo può più spaventare:

L’arte del saper vivere è avere gli occhi di chi ne ha passate tante e il sorriso di chi le ha superate tutte

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Corso Arbitri al Carcere di Bollate

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Da AIA Milano – http://www.aiamilano.it/

Art. 27 della Costituzione della Repubblica italiana: “(…) Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

E’ con questo ferreo principio costituzionale che io e i colleghi Riccardo Fichera e Omar Abou El Ella ci siamo resi disponibili ad organizzare e a tenere un corso arbitri “sui generis” presso la Casa di reclusione di Bollate, comune alle porte di Milano. Il corso si inserisce all’interno di una serie di altri progetti e attività che da anni contraddistinguono il carcere di Bollate, istituto di detenzione all’avanguardia in tutta Italia, che purtroppo rappresenta l’eccezione anziché la regola. Fino ad un paio di anni fa c’era pure una squadra di detenuti, che dalla terza categoria venne promossa in seconda. Poi però il funzionario che aveva ideato il progetto è stato trasferito, e la squadra non è stata più iscritta al campionato: si sa che le idee viaggiano solo grazie agli uomini disposti a dedicare il proprio tempo per realizzarle.

Sabato 14 Maggio, dunque, teniamo la prima lezione. Ci presentiamo alle porte del carcere muniti di computer e proiettore. Ci siamo prefissati di tenere lezioni il più possibile interattive, poco didattiche, tanti video e poche slides. L’agente all’ingresso ci fa depositare i telefoni e i documenti, che ritireremo all’uscita. Passiamo il muro esterno, quindi, dopo un cortile, il cancello delle mura del carcere, quello vero. Ciò che troviamo all’interno è diverso da quanto ci si potrebbe aspettare nell’immaginario collettivo: le pareti dei corridoi sono dipinte di verde, ci sono disegni e scritte, spicca una riproduzione del “Guernica”, sembra più una scuola elementare che un carcere. I ragazzi ci aspettano nel 2° reparto, il corso lo terremo (ovviamente) dentro una cella. Sono 14, dai 20 ai 50 anni. Ci mettono subito a nostro agio, ci aiutano a montare il proiettore e a predisporre la sala. C’è Stefano, con la polo del Napoli, c’è Giorgio con la maglia del Manchester United, Ektor con quella dell’Inter. Sono tutti grandi appassionati di calcio. Ci chiedono subito di poter spostare il corso di un’ora, perché “sapete, al sabato mattina abbiamo la partitella”. Acconsentiamo. Pronti via, iniziamo la prima lezione: partiamo subito dall’Arbitro, la figura, il ruolo, le sue prerogative. Vediamo alcuni video in cui l’arbitro si trova a gestire mass confrontation, parliamo del suo body language. Spieghiamo loro la differenza tra un atteggiamento autorevole ed uno autoritario. I ragazzi ci seguono, partecipano, discutono tra loro.
Salta fuori un video in cui un portiere nel rinviare il pallone esce probabilmente di 20 cm con le mani dalla propria area di rigore. “Perché l’arbitro non ha fischiato?” chiede Stefano. Rispondo che in talune situazioni bisogna applicare la famosa regola 18, il buon senso. In particolare che l’arbitro in quella situazione dovrà richiamare l’attenzione del portiere e avvertirlo che la seconda infrazione verrà punita. Ma Stefano non ci sta. Infrazione della regola (seppur veniale) deve essere uguale a punizione, per lui non può essere diversamente. Rifletto su questa intransigenza e mi rispondo che forse è proprio per questo perfetto assioma, applicato da un “giudice in terra del bene e del male”, che lui si trova qui. E capisco.

Finiamo la lezione dopo un’ora e mezza molto intensa. I nostri corsisti sembrano contenti, ci salutano calorosamente, “ci vediamo settimana prossima!”. Saranno altre 6 lezioni, al termine delle quali verrà rilasciato loro un attestato di partecipazione. Con il Comitato Regionale Lombardia della LND c’è il progetto di far arbitrare ai corsisti alcune gare di campionato o di tornei delle categorie esordienti e pulcini. Lo spieghiamo loro. Negli occhi di alcuni leggo la voglia di futuro.

Usciamo dalla cella e imbocchiamo il corridoio. Non riusciamo ad individuare subito l’uscita, così chiediamo ad un agente. “In fondo al tunnel” ci risponde non senza ironia “dove vedete la luce”. La nostra speranza è di aver contribuito oggi a far risplendere quella luce un pochino di più.

Jacopo Ceccarelli

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Sezione AIA di Como: “La vita dietro al fischio”

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Per chi come me è stato arbitro o lo è tuttora, rivivere le tappe iniziali di questa avventura rievocherà piacevoli ricordi. Per tutti gli altri, invece, sarà un modo per addentrarsi in una realtà che all’esterno è conosciuta solo superficialmente. È ancora ben marcata quella barriera regolamentare (per necessità), ma soprattutto culturale e mediatica (per italico vezzo) che esiste tra chi parla di arbitri e ovviamente ne prende le distanze – chi fa rispettare le regole è sempre antipatico – e chi arbitro sceglie di esserlo davvero per scoprire che oltre il luogo comune c’è ben altro.

Un ringraziamento ad Alessandro Ronchetti per il contributo, ad Andrea Colombo, l’ideatore del progetto, e a tutta la Sezione AIA di Como.

Dopo un fischio arbitrale spesso ci sono polemiche, moviole, articoli di giornale. Ma pochi sanno che dietro ogni fischio c’è una preparazione seria e faticosa, un percorso sportivo e di vita che coinvolge interamente le persone, che le porta ad essere arbitri dentro e fuori dal campo.
Per trasmettere questo messaggio, ma anche per far conoscere l’attività arbitrale a giovanissimi che potrebbero essere gli arbitri del futuro, la sezione A.I.A. di Como, presieduta da Adriano Sinibaldi, ha preparato un video di 8 minuti che racconta un mondo nascosto, “La vita dietro al fischio” (il titolo del video).
L’ideazione e la preparazione del video ha coinvolto numerosi arbitri della sezione, che hanno predisposto un copione e hanno girato le scene in una scuola di Cantù, per le vie della città di Como e in campo allo stadio Sinigaglia. Per le riprese è stato fatto anche uso di un drone.
Il video racconta il “reclutamento” di un giovane studente che conosce per la prima volta lo sport arbitrale sui banchi di scuola, grazie a tre giovani arbitri che poi vedrà in campo, proprio allo stadio Sinigaglia. Nello stesso tempo, viene descritta ogni fase della preparazione alla gara di un arbitro, dal momento “magico” dell’arrivo della designazione al briefing con gli assistenti, dall’arrivo al campo fino al fischio finale.
Dietro ogni fischio c’è quindi una realtà bellissima, fatta di concentrazione e allenamenti, ma anche di un coinvolgimento umano che pochi sport possono raggiungere.
Costruire questo video è stata un’esperienza intensa che ha reso più forte il legame tra gli arbitri della sezione di Como. Ma il vero obiettivo è quello di far conoscere il più possibile “La vita dietro al fischio”, perché il lavoro degli arbitri sia maggiormente apprezzato e perché tanti giovani che amano il calcio possano pensare di vivere il campo, ma da un’altra (affascinante) prospettiva.

La svolta storica della Sezione AIA di Milano: gli arbitri si costruiscono la loro casa

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Solo quelli che sono così folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero” (Albert Einstein). Venerdì 11 dicembre 2015 la Sezione Arbitri di Milano ha cambiato il suo mondo, ha riscritto la sua storia con la folle ambizione di innalzare il prestigio della città e dell’AIA tutta. L’ha fatto a modo suo, con il sudore della fronte e con il lavoro dei suoi associati che hanno trasformato dei ruderi abbandonati, dei locali disastrati, nella Sezione più bella d’Europa per la categoria arbitrale.

Il Centro Sportivo Saini diventa così la nuova casa dei fischietti di Milano, città in cui l’Associazione Italiana Arbitri è nata 104 anni fa. Gli arbitri del capoluogo lombardo, all’incirca 630 unità per 9700 gare dirette a stagione, meritavano di essere proprietari della loro abitazione e non semplici affittuari: “La Lega Nazionale Dilettanti ha commesso un errore – spiega il presidente Marcello Nicchi in riferimento al cambio di sede da via Pitteri -. Ha stabilito che a una certa ora la Sezione dovesse chiudere. La casa degli arbitri deve sempre restare aperta”. Al Saini era presente la Diocesi Ambrosiana, il Comitato Nazionale dell’Associazione al gran completo, l’assessora allo sport Chiara Bisconti e tutte le cariche istituzionali che l’evento richiedeva. È la straordinaria vittoria di Luca Sarsano al termine della partita più appassionante della sua carriera: il giovane presidente dell’AIA Milano, quasi in lacrime, ha ringraziato coloro che l’hanno sostenuto in questa folle – nell’accezione più vicina allo “Stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs – avventura. Il suo merito più grande è quello di aver costruito una squadra di uomini, prima che di direttori di gara, dimostrando che l’arbitraggio va ben al di là dell’andare in campo nel weekend per garantire la regolarità dei campionati: l’arbitro deve essere un esempio di lealtà, di spirito di sacrificio, di quella “rettitudine” che il Vescovo ausiliare Tremolada ha sottolineato nell’omelia della celebrazione che ha aperto la serata. Non potevano mancare i ringraziamenti ad Andrea Fanzago del Comune di Milano, alla stessa Chiara Bisconti, a chi ha dato il via ai lavori di ristrutturazione, dall’associato Stoilov al geometra Malaspina, al consiglio direttivo ma soprattutto a tutti quei ragazzi che, per la prima volta nella loro vita, hanno usato un pennello costruendo mattone dopo mattone una struttura che oggi può essere presa a modello. Con il taglio del nastro Milano ha aperto le porte dell’ex Sezione Umberto Meazza, fondatore dell’AIA, ribattezzata Meazza-Campanati, in onore dell’indimenticabile “Presidentissimo” Giulio Campanati. Nel cuore della nuova casa spicca un cortile dove è stata posizionata una pianta d’ulivo: “Una pianta fragile ma con delle radici forti. L’ulivo come metafora del dirigente che pianta il seme e attende con pazienza che l’albero cresca iniziando a dare i suoi frutti”, ha chiosato Alberto Zaroli, componente del Comitato Nazionale. Non era facile trovare dei locali idonei nel capoluogo lombardo considerate le risorse economiche a disposizione. Non era facile riuscirci in poco tempo dopo un invito non troppo implicito a cambiare aria. Gli arbitri di Milano ora possono anche vantare un polo di allenamento all’interno delle loro mura. Inizia così una nuova era per la Sezione Meazza-Campanati, chiamata a diventare un’eccellenza nel mondo dello sport nazionale. Tutti coloro che l’hanno creata si sono ritagliati un piccolo spazio nella sua storia e chi è stato arbitro può affermare con fierezza di sentirsi arbitro per sempre.